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Dopo aver ottenuto autorizzazione
da parte dei mittenti ecco alcune
delle numerosissime storie pervenute sul nostro sito.
Non anno bisogno di commenti parlano da sole. Si spera che trovino ascolto.
Scrivo dopo aver appreso la fantastica notizia che Salvatore
ce l’ha fatta, notizia che oltre a rendermi felice mi ha
dato una speranza in più affinché anche mio padre, in Coma
Vegetativo da 10 mesi, possa farcela. Fatto sta che appena
ho appreso la notizia ho subito chiamato mia madre, ho fatto
mettere il telefono vicino all’orecchio di mio padre e gli
ho detto che Salvatore ce l’aveva fatta e che ora toccava a
lui farcela.
La Sanità Siciliana ci ha lasciati soli. Secondo i medici
lui resterà un vegetale a vita, ma lui invece ride, piange,
dà i baci. Sono sicuro che mio padre, che ha 50 anni,
capisca tutto. D’altronte lo conosco abbastanza bene e so
quello che dico. Prego la sanità italiana di non lasciarci
soli. Aiutateci per favore.
(Mirko Vegna, Palermo)
Ringrazio Salvatore per la lezione di vita che dà a tutti
noi, per la voglia di vivere e ringrazio chi gli è stato
accanto. Mia madre è stata accanto a lui quando era
ricoverato in rianimazione e poi a Messina. Purtroppo lei da
quel centro è uscita solo per morire una settimana dopo in
una clinica di appoggio in attesa di un trasferimento in un
centro di lunga degenza. Abbiamo creduto che alla fine lei
ci sentisse, che sentisse e vedesse il nipotino che le
parlava, ma la medicina ci ha sempre negato quella speranza.
Lasciarla ogni volta in quella stanza, in un silenzio
irreale con la speranza che qualcuno si ricordasse di farle
ascoltare una cassetta con le nostre voci, con la sua
musica, ci lasciava sempre con l’idea di essere impotenti ma
soprattutto soli, soli contro una struttura che tratta una
persona come un numero, soli senza sapere a chi rivolgersi
quando ti comunicano che sarà dimessa perché ormai
cronicizzata per loro. Mi rimane una grande rabbia dovuta
forse all’impotenza, ma da quando ho saputo di salvatore mi
è rinata dentro la gioia di averle forse regalato dei
momenti di contatto, di vita, di dignità umana che invece le
era negata quando scadevano quelle maledette ore della
visita.
Ancora un grazie a Salvatore e alla sua famiglia per aver
dato una lezione di vita a chi nega il diritto a una vita.
(Marco Sconcerti, venerdì 30 settembre 2005)
Mia sorella si chiama Renata, che vuol dire rinata. Il nome
di tuo fratello è Salvatore, cioè colui che salva, vero?
Speriamo che funzioni anche per noi.
Lei ha 36 anni e un giorno, visto che da quattro anni non
riusciva ad avere figli ha deciso di fare una
videolaparoscopia in anestesia generale. Dopo l’esame è
stata lasciata in sala operatoria da sola, ancora sotto
l’effetto dell’anestesia. Ha avuto un arresto
cardio-respiratorio e se ne sono accorti troppo tardi. E’
stata rianimata, ma purtroppo il cervello è rimasto senza
ossigeno. I medici sono stati denunciati civilmente e
penalmente.
Lei si alimenta con una sonda allo stomaco e non risponde
agli stimoli. Fa fisioterapia e fonoaudiologia ogni giorno.
Sappiamo che lei sente, perché si spaventa se battiamo le
mani o se suona il campanello, ma non sappiamo se capisce.
Nel dubbio, ogni giorno parliamo con lei e le facciamo
ascoltare musica. Qualche volta sorride mentre dorme e
pensiamo che sogni. I medici dicono che sono contrazioni, ma
io non ci credo. Se sono contrazioni, perché non ce le ha
anche da sveglia?
I denti dell’arcata inferiore sono atrofizzati verso
l’interno e così lei si morde il labbro. Lei sta nella casa
dei nostri genitori e delle infermiere l’assistono giorno e
notte. L’assistenza dura da due anni e notiamo che quando
un’infermiera va in ferie ed è sostituita da un’altra,
Renata ha spasmi e febbre. Sembra che percepisca il
cambiamento. Sarà che sente? Sarà che nota la differenza di
attenzione? Renata è curata con medicinali che facilitano il
rilassamento muscolare, perché ci sono atrofie dei polsi e
delle caviglie, lei prende anche vitamina C e medicine per
l’osteoporosi. Io la assisto con lo stesso amore con cui tu
hai assistito e assisti tuo fratello. Le nostre storie sono
simili. Mi piacerebbe che nel vostro libro apparisse anche
il nome di Renata e il nostro indirizzo e-mail. Pensiamo che
il caso di Terry Schiavo è stata una barbarie. Lei è morta
di fame. Un saluto a te Pietro e a tuo fratello Salvatore.
Teneteci aggiornati. Restiamo in contatto.
(Fernanda Viera. Maggio 2006 Brasile. )
Mia madre è stata in stanza con Salvatore per un breve
periodo. Dal centro di Messina è stata dimessa per morire da
sola una settimana dopo in una clinica di Messina, in attesa
di un posto in un centro di lunga degenza. Continuavano a
dirci che le sue reazioni erano solo riflessi non coscienti,
che non poteva avere nessun contatto con l’esterno. Abbiamo
continuato a credere il contrario fino alla fine, ma eravamo
da soli, si viene lasciati soli. Vi ringrazio per aver
dimostrato a tanti dottori che oltre al corpo c’è qualcosa
di più, qualcosa che nessuno ancora ha forse capito ma che
proprio per questo non va negato come non va negata la
dignità delle persone che in quelle condizioni non possono
nemmeno difendersi dall’indifferenza e dalla trascuratezza
con cui vengono trattate da chi dovrebbe invece assisterle
nelle strutture. Lotta Salvatore e grazie.
(Anna Insaurralde, Firenze. 6 ottobre 2005)
Sono felice di ascoltare la vostra storia, la vostra
vittoria. Purtroppo anche il mio dolce amore è in coma da
tre mesi, dopo un incidente con la moto. Noi siamo stati
fortunati nella nostra tragedia perché siamo riusciti a
farlo entrare in una unità di risveglio, dove può ricevere
le giuste cure, ma mi rendo conto che non è giusto non dare
questa possibilità a tutti i nostri ragazzi che ne hanno
tanto bisogno.
Loro non possono chiederci nulla e chissà quante cose
vorrebbero chiederci, ma non ce la fanno. Siamo noi che
dobbiamo aiutarli a non perdere mai la speranz, dobbiamo
credere in loro. Io so cosa vuol dire vedere la persona che
ami che ti capisce, che ti risponde con gli occhi, con la
mano, sentire che c’è e che sta soffrendo perché non riesce
a fare nulla, ma c’è. Mentre i dottori ti rispondono che non
è possibile, che lui non è cosciente, che quello che vedi
sono tutti riflessi involontari. Ma non è così, me lo dice
lui e me lo dimostrerà come lo ha dimostrato il vostro
Salvatore. Voi siete stati grandi e spero che al mondo ci
siano tante persone come Salvatore e come me, che non
smetteranno mai di crederci e si batteranno per dare tutto
ciò che occorre ai nostri ragazzi per farli tornare alle
loro vite. Forza Salvatore, sei la nostra speranza. Come tu
sentivi l’amore dei tuoi cari anche il mio Antonio sono
certa che mi sente. Mi hai dato tanto coraggio. Devi essere
fiero della tua forza e di quanto amore ti circonda. In
bocca al lupo.
Con affetto, Federica Neri
(Federica Neri, Roma 7 Ottobre 2005)
Il fallibilismo scientifico dell’equazione “Stato Vegetativo
Persistente” uguale “non vita” ha ricevuto l’ennesima triste
conferma. Coloro che sprezzantemente liquidarono come frutto
di insignificanti riflessi spinali la mimica pietosa del
volto dolcissimo di Terri Schiavo poi condannata a morire di
fame e di sete sono gli stessi che fino a ieri sentenziavano
sulla irreversibilità del coma di Salvatore Crisafulli. Ma
allora val la pena ricordare come nacque l’equiparazione
stato vegetativo uguale morte. Nel gennaio 1968, a un mese
dai discussi trapianti per cui il professor Barnard veniva
accusato anche dal nostro professor Stefanini di omicidio,
il presidente degli Stati Uniti d’America istituiva la “Ad
Hoc Commission” di Harvard perché studiasse una più
pragmatica definizione del concetto di morte in chiave
neurologica. Nell’agosto dello stesso anno, la zelantissima
Commissione dava il suo imprimatur scientifico
all’invenzione e pubblicava, si badi bene,
sull’autorevolissimo J.a.m.a. i motivi cinicamente
utilitaristici se non “scientifici” dell’equiparazione del
coma dépassé alla morte: liberare letti d’ospedale,
alleviare il peso sociale a carico dei parenti e della
comunità, reperimento legale di organi vitali da impiantare.
L’anno dopo, con un nuovo “salto di qualità” sarebbe
subentrata, a fari spenti, la definizione di morte
cerebrale, così socialmente utile da essere esportata in
tutto il mondo come tante altre nobili conquiste bioetiche
americane.
(Ugo Tozzini – Torino – Ottobre 2005)
Circa due anni fa mio padre, un uomo di 59 anni, è stato
colpito da un aneurisma cerebrale. E’ stato in rianimazione
e a detta dei medici non sarebbe uscito vivo, ma ora è in
stato vegetativo in una casa di cura vicino a Parma. Io
sinceramente non riesco a capire, ci sono volte che mi
sembra che capisca ciò che gli diciamo ma che non riesca ad
esprimersi, infatti anche lui a volte piange. I medici
dicono che il pianto e il sorriso sono reazioni spontanee e
fatte senza motivo. Ma ora? Dopo la testimonianza del signor
Crisafulli cosa devo pensare? E’ vero che il trauma che ha
provocato il coma è diverso, ma se le cose stessero anche
per lui allo stesso modo? Cosa devo fare? Dove devo andare?
Semplicemente devo aspettare che se ne esca da solo o c’è
qualcosa che io posso fare?
(Simona Ferri. Martedì 11 ottobre 2005)
Ciao Pietro, sono Rossana. Mia madre è stata investita nel
1999 e ha riportato dei danni ai lobbi frontali e la rottura
della squama occipitale, da quel momento in poi ha avuto
problemi comportamentali e con il passare degli anni la sua
situazione è degenerata, perché purtroppo non avevamo
nessuno che poteva aiutarci. Anche noi ce la siamo portata a
casa senza nessuna assistenza o aiuti da strutture
ospedaliere e tanto meno un’assistenza medica a domicilio.
Dovevamo pagare tutto da noi. Premetto che i medici mi
avevano detto che era guaribile entro i trenta massimo
ottanta giorni, ma non è stato così. Siamo stati in un
centro di riabilitazione, ma ci hanno risposto che non era
collaborante e che non c’era più niente da fare. Ora nel
2005 ha avuto una emorragia cerebrale devastante ed è
rimasta su un letto, alimentata con la peg e notoriamente
bloccata, ma vigile, gli occhi aperti, sente il dolore ma
non può esprimersi. I medici dicono che lei si trova a
tutt’oggi in coma vigile e che non c’è niente da fare.
Dicono che potrà solo peggiorare e la causa della sua morte
sarà un arresto respiratorio. Aggiungo che nessun centro
accetta la nostra domanda di ricovero e riabilitazione. Non
sei il solo a soffrire. Ti sono vicina. Posso capire
benissimo come stai. Io combatto da sei anni con questa
situazione, anche io ho lasciato il lavoro e la mia vita per
stare con lei. Non mi aiuta nessuno, siamo completamente
sole con il nostro dolore. A nessuna importa di noi. Sembra
che Dio abbia detto che le disgrazie arrivano a chi sa
sopportarle, ma comunque io nel mio piccolo lotterò ancora.
Ti ammiro per la forza che hai avuto nel pubblicare la tua
storia. Tantissimi auguri. Ciao Rossana.
(Rossana, Roma. Venerdì 7 ottobre 2005)
Cari parenti di Salvatore, abbiamo visto il vostro sito e vi
siamo vicini con tutto il cuore perché anche noi siamo stati
colpiti dalle stesse disgrazie. Il 23 maggio prossimo
saranno quattro anni che il nostro babbo *Ermanno è nelle
condizioni di Salvatore a causa di una emorragia cerebrale
causata dalla rottura di un angioma congenito. Ermanno ha
subito un’operazione al cervello che ha provocato danni
irreversibili per cui lui è rimasto tetraplegico, come
dicono i medici in coma irreversibile. Lui è vigile in
quanto si fa capire con gli occhi e muovendo un poco
l’indice destro, sorride a chi riconosce e alle battute di
Striscia la notizia, di Benigni, di Aldo Giovanni e Giacomo,
ma non parla più e non si muove. Poiché non aveva una
deglutizione sufficiente, per cui era nutrito via peg con
pappa liquida, dua anni fa dopo aver consultato uno
specialista in otorinolaringoiatria all’ospedale Le
Molinette di Torino gli è stata fatta un’operazione in gola,
togliendo la laringe e le corde vocali hanno chiuso la
trachea in modo che dalla bocca può andare solo cibo in
esofago, respira dal buco tracheostomatico che non ha più
bisogno di cannula. Da allora mangia con noi e anche a
livello polmonare va meglio.
Facendola breve perché racconteremmo le stesse cose che
avete vissuto voi, è vero che i medici ce l’hanno dato per
morto fin da subito, non valeva la pena fare niente, ma noi
non ci siamo mai arresi e quel poco che si poteva fare lo
abbiamo fatto noi. Fortunatamente Ermanno aveva già l’età
per la pensione e quindi almeno dal lato economico non
abbiamo problemi, l’invalidità ce l’hanno data quasi subito,
abbiamo visto tanti giovani come Salvatore e abbiamo sempre
pensato al lato economico della cosa.
A proposito di Eutanasia. Sono ora tre mesi che Ermanno
tribola per debellare un virus dell’influenza e tante volte
lo abbiamo visto grave con la “speranza” che fosse finita.
Allo stesso tempo, però, lottavamo come leoni perché ce la
facesse, bisticciando con i dottori, rivolgendoci a tutti i
Santi. Pian piano ce la sta facendo, poi forse lo
riporteremo a casa dall’ospedale e ci chiederemo per
l’ennesima volta perché continuiamo a farlo vivere.
Eutanasia è una parola che secondo noi è molto personale e
soggettiva, va bene quando la persona soffre altrimenti come
fai? I medici dicono che lui non è perfettamente cosciente
delle sue condizioni, noi ce lo auguriamo e facciamo di
tutto per tenerlo allegro, finché dura o finché ce la
facciamo. Con tanto affetto e comprensione. Figli e moglie
di Ermanno Dovetta.
(Anna Maria Dovetta, Bra, Cuneo. Domenica 27 marzo 2005)
* Purtroppo nei mesi successivi il
Sig. Ermanno è deceduto
Volevo raccontarvi la mia esperienza, perché assomiglia un
po’ alla vostra, ma purtroppo la mia è andata male.
Due anni fa avevo un amico e frequentavamo lo stesso bar. Si
chiamava Federico. Qualche giorno dopo il suo compleanno, il
21 aprile, fece un incidente in moto per uno stupido
cavalletto difettoso. Qualche giorno prima eravamo al bar e
mentre Fede partiva in moto vidi il cavalletto e lo avvisai
che era rotto. Lui lo sistemò e non accadde nulla. Quel
giorno, invece, non lo avvisò nessuno, cadde e finì in coma.
Andai all’ospedale a trovarlo, ma i primi giorni facevano
entrare solo i genitori, i parenti, la sua ragazza e gli
amici più intimi. Fede non parlava, ma sono sicura che
capiva perché quando gli ricordavo i momenti trascorsi
insieme quando andavamo a ballare o semplicemente in giro
lui piangeva. Alcune volte aveva lo sguardo perso, ma altre
gli parlavo e lui si girava, mi guardava e piangeva.
I primi tempi andavo spesso a trovarlo, in ospedale e a
casa. Poi però ho cominciato a diluire le visite, perché
temevo di dare disturbo alla famiglia che aveva già un così
grande dolore da affrontare e mi sentivo di troppo. Dopo due
anni Fede è morto. Parecchi dottori hanno detto che lui non
sentiva e non capiva, ma io sono sicura al cento per cento
che quando gli parlavo mi sentiva a capiva benissimo, perché
lo capivo dal suo sguardo e perché lui piangeva.
(Alessandra. Lunedì 24 ottobre 2005)
Mi permetto di scrivervi perché anch’io come voi sono in
questo lungo viaggio della speranza senza fine. Mi chiamo
Carmen Pozzessere e scrivo da Taranto. Mio fratello Tiberio
era arrivato da qualche giorno dall’Iraq. Il 13 maggio 2005
ha avuto un grave incidente, che gli ha causato un grave
trauma cranico. E’ stato in coma per tre mesi circa e ora è
in stato vegetativo di media risposta. Vorrei chiedervi se
Salvatore vi ha riferito di cosa avrebbe voluto da voi
durante il periodo comatoso. MI spiego meglio: Salvatore
cosa ha desiderato? Cosa voi non capivate? Cosa si aspettava
da voi? Cosa vi ha riferito in merito alle immagini captate?
Vorrei chiedervi tante cose ma mi rendo anche conto che
descrivere momenti che fanno parte del passato è come girare
il coltello nella piaga. Per favore datemi voi suggerimenti
per aiutare mio fratello, non so più cosa inventarmi, le mie
notti insonni sono rivolte sempre a lui per cercare di non
fargli mancare nulla, ma soprattutto per trascinarlo nel
risveglio più totale. Vi abbraccio calorosamente. Auguri per
Salvatore.
(Carmela Pozzessere, Taranto. Giovedì 13 ottobre 2005).
Mi chiamo Maria Grazia Matteucci e sono la sorella di Marco,
un giovane di 46 anni, che il 5 maggio 2004 è stato colpito
da ictus ischematico ponte-mesencefalo”. Abitiamo ad
Agliana, in provincia di Pistoia.
Quel giorno mio fratello si reca al lavoro presso una ditta
di Prato. Alle 11 cade a terra, dove viene trovato da un
collega. Subito soccorso viene ricoverato in rianimazione
presso l’ospedale di Prato, dove rimane fino al 6 giugno
2004. I medici inizialmente ci dicono che non supererà
questo stato, perché la cosa è molto grave. Poi, dopo circa
una settimana, ci dicono che si è stabilizzato, che non c’è
più pericolo di morte, ma che il suo stato sarà di Coma
Vegetativo Persistente. Viene così trasferito a Villa Delle
Terme a Firenze (Impruneta), una struttura di lunga degenza
dove non effettua nessuna terapia. Intanto, ha iniziato da
qualche giorno a ridere con noi familiari, ma per i medici
sono solo movimenti riflessi e non dettati dalla coscienza,
mentre per noi capisce e ci riconosce.
Rimane a Villa delle Terme fino al 6 agosto 2004. Viene
successivamente ricoverato presso l’ospedale di Volterra
nell’unità di risveglio. Il suo stato è sempre uguale. Ride
e piange, emozioni che trasmette a noi, mentre per i medici
si tratta di movimenti riflessi del corpo. Iniziano a
parlare di sindrome di Locked-in, cioè incapace di
comunicare con l’esterno. Rimane a Volterra fino al 21 marzo
2005 e poi, in seguito a un intervento d’urgenza per una
peritonite, viene mandato alla rianimazione dell’ospedale di
Pistoia. In questo reparto, dove abbiamo trovato competenza
e umanità, rimane fino al 6 aprile 2005 e poi, per decisione
dei miei genitori, rientra a casa.
Noi siamo convinti che lui capisca, perché manifesta
emozioni e reazioni agli stimoli. Ma i medici dicono il
contrario.
(Grazia Matteucci, Pistoia. Mercoledì 5 ottobre 2005)
Scriviamo perché vogliamo condividere con voi la gioia per
il notevole miglioramento di Salvatore e per complimentarci
con tutti voi per la dimostrazione di forza, di amore e
coraggio che avete mostrato in questi due anni.
Quanto avete ottenuto può essere d’aiuto anche per altre
famiglie, come le nostre, che vivono una situazione simile.
Le drammatiche esperienze con la sanità che avete vissuto
non sono infatti un caso isolato. Ci sono centinaia di
famiglie con bambini gravemente cerebrolesi che possono
testimoniare come le sentenze di irrecuperabilità emesse dai
medici del servizio sanitario siano state poi smentite dai
risultati ottenuti grazie a un trattamento intensivo, alla
costanza e all’amore della famiglia. Speriamo vivamente che
chi dovrà affondare una situazione simile alla nostra nel
futuro possa trovare risposte migliori di quelle oggi
disponibili.
(Dario Petri, Presidente Associazione bambini Cerebrolesi
Federazione italiana.
www.associazioneabc.it Bassano del Grappa. Mercoledì 5
ottobre 2005)
Vi scrivo dall’America, ma sono un italiano di Varese. I
giornali e le tv americane hanno parlato del risveglio di
Salvatore. In nome mio e di altri 187 italiani qui presenti
nell’azienda dove lavoro vi inviamo tanti auguri. La vostra
storia è stata data come prima notizia su tv e giornali.
Forza famiglia Crisafulli. Abbiamo letto pure la vostra
storia, molto triste e martedì faremo una riunione al lavoro
con i capi per festeggiare questa bellissima notizia. Lo
facciamo perché un nostro collega si trova in coma da sette
anni e tre mesi. E’ in coma vigile e anche a lui è stata
riferita la notizia. Si è messo a piangere dalla gioia.
Anche lui si chiama Salvatore.
(Carmen Desiderio, New York. Sabato 22 ottobre 2005).
Io no parlo mucho la lingua italiana, io sono cileno, parlo
il spanol. Io solo quieto darles animo y forza nunca perder
la speranza frente la vitta dada por Dio. Forza amico…
(Miguel Ramirez Barrios, Santiago del Cile, Lunedì 17
ottobre 2005)
Da quel lontano 11 settembre 2003 ho appreso la notizia solo
ora. Forse troppo spesso lasciamo che le disgrazie altrui ci
sfiorino ma non ci tocchino. Notizie come quelle che
riguardano la vostra famiglia diventano quasi curiosità,
perché si suppone che i nostri disagi siano già troppi per
portare anche il peso di quelli altrui.
Entrando nel vostro sito mi sono sentita parte integrante
del vostro dolore, finalmente ho toccato e mi sono lasciata
toccare da una problematica che mi lascia senza parole. Lo
sdegno che provo nei confronti di quel primario che neanche
avete potuto conoscere mi fa rabbia, tutto il vostro dolore
mi fa rabbia, perché nessuno ha cercato di sanarlo, nessuno
ha risposto alle vostre urla di aiuto miste a disperazione.
Questo mio messaggio è un sentito e doveroso ringraziamento
per avermi fatto fermare un attimo, uscire da quel guscio
che mi ero creata, dato dalla fortuna di non essermi trovata
fino ad oggi in una situazione così dolorosa. Per la prima
volta ho toccato la vita nella sua complessità, nella sua
ingiustizia e nella sua crudeltà, e per questo vi ringrazio.
Anche se chiudendo questo messaggio tornerò alla mia vita e
al mio lavoro, un pensiero e una preghiera sarà sempre per
Salvatore, perché solo pensare al suo dolore mi darà la
forza di affrontare il mio con più determinazione, credendo
con fermezza che nulla è insormontabile. Grazie di tutto.
Grazie di cuore. Con stima. Lucia.
(Lucia Pesiri, Cosenza, martedì 11 ottobre 2005)
Circa due anni fa mio padre, un uomo di 59 anni, è stato
colpito da un aneurisma cerebrale. E’ stato ricoverato in
rianimazione e, a detta dei medici, sarebbe dovuto morire.
Invece adesso è in stato vegetativo in una casa di cura
vicino a Parma. Io sinceramente non riesco a capire: ci sono
momenti in cui ho l’impressione che lui senta ciò che gli
diciamo, ma che non riesca ad esprimersi. Infatti, anche lui
a volte piange.
I medici dicono che il pianto e il sorriso sono reazioni
spontanee e fatte senza motivo. Ma adesso, dopo la
testimonianza di Salvatore Crisafulli, cosa devo pensare? E’
vero che il trauma che ha provocato il coma è diverso, ma se
le cose stessero anche per lui allo stesso modo? Cosa devo
fare? Dove devo andare? Devo semplicemente aspettare che
esca da solo da questa situazione oppure posso fare
qualcosa? Vi prego, aiutatemi.
(Simona Ferri. Martedì 11 ottobre 2005)
Ho conosciuto la vostra angosciosa vicenda nel giugno 2004,
tramite il settimanale “Cronaca Vera”. Amareggiato per
quanto accadutovi, ho cercato di contattarvi in tutti i
modi. Ci sono riuscito dopo oltre un mese e, al telefono, ci
siamo raccontati le vicende che la vita aveva destinato a
ciascuno di noi: voi con Salvatore in quelle condizioni, io
con mio figlio grave.
Siamo rimasti in contatto fino al dicembre dello stesso
anno, poi non sono più riuscito a rintracciarvi, perché
avevate cambiato numero di telefono.
Nell’aprile del 2005, dopo aver seguito la drammatica
vicenda di Terri Schiavo, il mio cuore si è spaccato in due
quando sono venuto a conoscenza, tramite i media, che
avevate deciso di farla finita e che volevate staccare la
spina a Salvatore. Io e la mia famiglia abbiamo sofferto per
sette giorni, pregando Dio che non foste costretti a
compiere quel gesto terribile. Poi l’atteso ricovero, e dopo
due mesi la gioia: l’uscita dal coma (presunto). Oggi, sono
ancora più felice sapendo che Salvatore migliora di giorno
in giorno, e che riesce a comunicare se pur con difficoltà.
L’esperienza di Salvatore ci impone di riflettere, affinché
cose del genere non accadano più, e impone alla Sanità
italiana maggiori controlli e una massima assistenza sia ai
pazienti in queste condizioni e sia alle loro famiglie.
Lasciare da soli questi pazienti in ospedale costa tanto:
200-300 euro al giorno. Perché farlo se, con una minima
parte di questa spesa, i familiari potrebbero accudirli con
amore e affetto a casa?
Queste cose le scrivo con coscienza, poiché ci sono passato.
Mio figlio Riccardo, nato nel 1974 affetto da stenosi
duodenale, è entrato in coma quindici giorni dopo la nascita
dopo un intervento chirurgico che, a detta dei medici,
doveva essere semplice e senza complicazioni. Dal coma è
passato allo stato vegetativo permanente. Abbiamo girato
svariati ospedali, italiani e stranieri. Potete immaginare
cosa abbiamo passato e le spese che abbiamo sostenuto in
questi lunghissimi anni trascorsi da un ospedale all’altro,
senza assistenza. Io e mia moglie siamo stati dietro a lui
per 19 anni e 8 mesi. Riccardo non parlava, non camminava,
facevamo tutto noi, da soli. Tutto questo per la cattiva
Sanità italiana. Il 21 giugno 2004 Riccardo è morto,
lasciandoci solo ricordi. Oggi io combatto contro le
barriere architettoniche.
(Giuseppe Gigante, Chivasso, Torino. Febbraio 2006)
Una notizia meravigliosa. Una notizia che mi riempie di
gioia. Oggi ho ringraziato il Signore e S. Agata per aver
regalato nuovamente la vita a Salvatore. Perché di miracolo
si tratta. E non potrebbe chiamarsi altrimenti. Non per chi
ha seguito costantemente la sua storia e conosce bene le
vicissitudini sanitarie di quel povero ragazzo, che, secondo
diversi dottori, non era altro che un uomo destinato a
vivere in stato "persistentemente vegetativo”.
La fede e il loro coraggio della famiglia sono stati
premiati con il “risveglio”. Una fede che è stata più forte
di ogni diagnosi medica, più forte della gravissima
inefficacia del sistema sanitario, che in questa vicenda ha
mostrato tutte le sue lacune. Ho seguito con ansia, come
tutta l’Italia, il momento terribile in cui la famiglia,
stanca di tirare avanti in quelle condizioni e sotto l’onda
emotiva del caso Terri Schiavo, ha minacciato di staccare la
spina a Salvatore. Insieme a tutto il Circolo Cittadino S.
Agata, di cui ho l’onore di essere vicepresidente, abbiamo
pregato e sperato che Salvatore potesse un giorno guarire.
Preghiera che è stata accolta, e ne siamo gioiosi.
Ogni mercoledì, alla fine delle nostre riunioni formative
settimanali, ognuno di noi, nel proprio intimo, ha dedicato
una preghiera e invocazione a Dio e S. Agata per la
guarigione di Salvatore. E il miracolo alla fine si è
verificato. La fede e la devozione mostrata da tutta
la famiglia Crisafulli sono state incredibili. Non è facile
pensare a pregare in un momento di così grande sconforto,
quando ci si sente abbandonati da tutto e tutti. Eppure, ai
familiari di Salvatore aggrapparsi al Signore è sembrata la
via più logica e più giusta. E il loro amore è stato
pienamente ripagato.
Proporrò al Consiglio direttivo del Circolo S. Agata
l’onorificenza di Socio onorario sia a Salvatore e sia al
fratello Pietro, per la devozione e fede espressa nei
confronti di S. Agata in un momento di gravissima
difficoltà. E’ il minimo che noi possiamo fare, ma è un
riconoscimento doveroso per sancire quel legame e
quell’affetto che ci ha tenuto sempre legati in tutti questi
mesi.
Grazie Dio, grazie S. Agata per averci ridato Salvatore.
E grazie immensamente a te, Pietro, e a tutta la tua
famiglia, per non avere mai mollato.
(Angelo Mazzeo, vicepresidente Circolo S. Agata, Catania.
Ottobre 2005)
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