SALVATORE CRISAFULLI: IL CASO Benvenuti nel sito www.salvatorecrisafulli.it  
Salvatore, Giugno '92 Alcuni monumenti di Catania Copertina libro "Con gli occhi sbarrati"
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Se volete esporre domande, suggerimenti, segnalare centri e medici specializzati, mandate un'e-mail a info@salvatorecrisafulli.it

 

 

Dopo aver ottenuto autorizzazione da parte dei mittenti ecco alcune delle numerosissime storie pervenute sul nostro sito. Non anno bisogno di commenti parlano da sole. Si spera che trovino ascolto.
 


Scrivo dopo aver appreso la fantastica notizia che Salvatore ce l’ha fatta, notizia che oltre a rendermi felice mi ha dato una speranza in più affinché anche mio padre, in Coma Vegetativo da 10 mesi, possa farcela. Fatto sta che appena ho appreso la notizia ho subito chiamato mia madre, ho fatto mettere il telefono vicino all’orecchio di mio padre e gli ho detto che Salvatore ce l’aveva fatta e che ora toccava a lui farcela.
La Sanità Siciliana ci ha lasciati soli. Secondo i medici lui resterà un vegetale a vita, ma lui invece ride, piange, dà i baci. Sono sicuro che mio padre, che ha 50 anni, capisca tutto. D’altronte lo conosco abbastanza bene e so quello che dico. Prego la sanità italiana di non lasciarci soli. Aiutateci per favore.
(Mirko Vegna, Palermo)

Ringrazio Salvatore per la lezione di vita che dà a tutti noi, per la voglia di vivere e ringrazio chi gli è stato accanto. Mia madre è stata accanto a lui quando era ricoverato in rianimazione e poi a Messina. Purtroppo lei da quel centro è uscita solo per morire una settimana dopo in una clinica di appoggio in attesa di un trasferimento in un centro di lunga degenza. Abbiamo creduto che alla fine lei ci sentisse, che sentisse e vedesse il nipotino che le parlava, ma la medicina ci ha sempre negato quella speranza. Lasciarla ogni volta in quella stanza, in un silenzio irreale con la speranza che qualcuno si ricordasse di farle ascoltare una cassetta con le nostre voci, con la sua musica, ci lasciava sempre con l’idea di essere impotenti ma soprattutto soli, soli contro una struttura che tratta una persona come un numero, soli senza sapere a chi rivolgersi quando ti comunicano che sarà dimessa perché ormai cronicizzata per loro. Mi rimane una grande rabbia dovuta forse all’impotenza, ma da quando ho saputo di salvatore mi è rinata dentro la gioia di averle forse regalato dei momenti di contatto, di vita, di dignità umana che invece le era negata quando scadevano quelle maledette ore della visita.
Ancora un grazie a Salvatore e alla sua famiglia per aver dato una lezione di vita a chi nega il diritto a una vita.
(Marco Sconcerti, venerdì 30 settembre 2005)

Mia sorella si chiama Renata, che vuol dire rinata. Il nome di tuo fratello è Salvatore, cioè colui che salva, vero? Speriamo che funzioni anche per noi.
Lei ha 36 anni e un giorno, visto che da quattro anni non riusciva ad avere figli ha deciso di fare una videolaparoscopia in anestesia generale. Dopo l’esame è stata lasciata in sala operatoria da sola, ancora sotto l’effetto dell’anestesia. Ha avuto un arresto cardio-respiratorio e se ne sono accorti troppo tardi. E’ stata rianimata, ma purtroppo il cervello è rimasto senza ossigeno. I medici sono stati denunciati civilmente e penalmente.
Lei si alimenta con una sonda allo stomaco e non risponde agli stimoli. Fa fisioterapia e fonoaudiologia ogni giorno. Sappiamo che lei sente, perché si spaventa se battiamo le mani o se suona il campanello, ma non sappiamo se capisce.
Nel dubbio, ogni giorno parliamo con lei e le facciamo ascoltare musica. Qualche volta sorride mentre dorme e pensiamo che sogni. I medici dicono che sono contrazioni, ma io non ci credo. Se sono contrazioni, perché non ce le ha anche da sveglia?
I denti dell’arcata inferiore sono atrofizzati verso l’interno e così lei si morde il labbro. Lei sta nella casa dei nostri genitori e delle infermiere l’assistono giorno e notte. L’assistenza dura da due anni e notiamo che quando un’infermiera va in ferie ed è sostituita da un’altra, Renata ha spasmi e febbre. Sembra che percepisca il cambiamento. Sarà che sente? Sarà che nota la differenza di attenzione? Renata è curata con medicinali che facilitano il rilassamento muscolare, perché ci sono atrofie dei polsi e delle caviglie, lei prende anche vitamina C e medicine per l’osteoporosi. Io la assisto con lo stesso amore con cui tu hai assistito e assisti tuo fratello. Le nostre storie sono simili. Mi piacerebbe che nel vostro libro apparisse anche il nome di Renata e il nostro indirizzo e-mail. Pensiamo che il caso di Terry Schiavo è stata una barbarie. Lei è morta di fame. Un saluto a te Pietro e a tuo fratello Salvatore. Teneteci aggiornati. Restiamo in contatto.
(Fernanda Viera. Maggio 2006 Brasile. )

Mia madre è stata in stanza con Salvatore per un breve periodo. Dal centro di Messina è stata dimessa per morire da sola una settimana dopo in una clinica di Messina, in attesa di un posto in un centro di lunga degenza. Continuavano a dirci che le sue reazioni erano solo riflessi non coscienti, che non poteva avere nessun contatto con l’esterno. Abbiamo continuato a credere il contrario fino alla fine, ma eravamo da soli, si viene lasciati soli. Vi ringrazio per aver dimostrato a tanti dottori che oltre al corpo c’è qualcosa di più, qualcosa che nessuno ancora ha forse capito ma che proprio per questo non va negato come non va negata la dignità delle persone che in quelle condizioni non possono nemmeno difendersi dall’indifferenza e dalla trascuratezza con cui vengono trattate da chi dovrebbe invece assisterle nelle strutture. Lotta Salvatore e grazie.
(Anna Insaurralde, Firenze. 6 ottobre 2005)

Sono felice di ascoltare la vostra storia, la vostra vittoria. Purtroppo anche il mio dolce amore è in coma da tre mesi, dopo un incidente con la moto. Noi siamo stati fortunati nella nostra tragedia perché siamo riusciti a farlo entrare in una unità di risveglio, dove può ricevere le giuste cure, ma mi rendo conto che non è giusto non dare questa possibilità a tutti i nostri ragazzi che ne hanno tanto bisogno.
Loro non possono chiederci nulla e chissà quante cose vorrebbero chiederci, ma non ce la fanno. Siamo noi che dobbiamo aiutarli a non perdere mai la speranz, dobbiamo credere in loro. Io so cosa vuol dire vedere la persona che ami che ti capisce, che ti risponde con gli occhi, con la mano, sentire che c’è e che sta soffrendo perché non riesce a fare nulla, ma c’è. Mentre i dottori ti rispondono che non è possibile, che lui non è cosciente, che quello che vedi sono tutti riflessi involontari. Ma non è così, me lo dice lui e me lo dimostrerà come lo ha dimostrato il vostro Salvatore. Voi siete stati grandi e spero che al mondo ci siano tante persone come Salvatore e come me, che non smetteranno mai di crederci e si batteranno per dare tutto ciò che occorre ai nostri ragazzi per farli tornare alle loro vite. Forza Salvatore, sei la nostra speranza. Come tu sentivi l’amore dei tuoi cari anche il mio Antonio sono certa che mi sente. Mi hai dato tanto coraggio. Devi essere fiero della tua forza e di quanto amore ti circonda. In bocca al lupo.
Con affetto, Federica Neri
(Federica Neri, Roma 7 Ottobre 2005)

Il fallibilismo scientifico dell’equazione “Stato Vegetativo Persistente” uguale “non vita” ha ricevuto l’ennesima triste conferma. Coloro che sprezzantemente liquidarono come frutto di insignificanti riflessi spinali la mimica pietosa del volto dolcissimo di Terri Schiavo poi condannata a morire di fame e di sete sono gli stessi che fino a ieri sentenziavano sulla irreversibilità del coma di Salvatore Crisafulli. Ma allora val la pena ricordare come nacque l’equiparazione stato vegetativo uguale morte. Nel gennaio 1968, a un mese dai discussi trapianti per cui il professor Barnard veniva accusato anche dal nostro professor Stefanini di omicidio, il presidente degli Stati Uniti d’America istituiva la “Ad Hoc Commission” di Harvard perché studiasse una più pragmatica definizione del concetto di morte in chiave neurologica. Nell’agosto dello stesso anno, la zelantissima Commissione dava il suo imprimatur scientifico all’invenzione e pubblicava, si badi bene, sull’autorevolissimo J.a.m.a. i motivi cinicamente utilitaristici se non “scientifici” dell’equiparazione del coma dépassé alla morte: liberare letti d’ospedale, alleviare il peso sociale a carico dei parenti e della comunità, reperimento legale di organi vitali da impiantare. L’anno dopo, con un nuovo “salto di qualità” sarebbe subentrata, a fari spenti, la definizione di morte cerebrale, così socialmente utile da essere esportata in tutto il mondo come tante altre nobili conquiste bioetiche americane.
(Ugo Tozzini – Torino – Ottobre 2005)

Circa due anni fa mio padre, un uomo di 59 anni, è stato colpito da un aneurisma cerebrale. E’ stato in rianimazione e a detta dei medici non sarebbe uscito vivo, ma ora è in stato vegetativo in una casa di cura vicino a Parma. Io sinceramente non riesco a capire, ci sono volte che mi sembra che capisca ciò che gli diciamo ma che non riesca ad esprimersi, infatti anche lui a volte piange. I medici dicono che il pianto e il sorriso sono reazioni spontanee e fatte senza motivo. Ma ora? Dopo la testimonianza del signor Crisafulli cosa devo pensare? E’ vero che il trauma che ha provocato il coma è diverso, ma se le cose stessero anche per lui allo stesso modo? Cosa devo fare? Dove devo andare? Semplicemente devo aspettare che se ne esca da solo o c’è qualcosa che io posso fare?
(Simona Ferri. Martedì 11 ottobre 2005)

Ciao Pietro, sono Rossana. Mia madre è stata investita nel 1999 e ha riportato dei danni ai lobbi frontali e la rottura della squama occipitale, da quel momento in poi ha avuto problemi comportamentali e con il passare degli anni la sua situazione è degenerata, perché purtroppo non avevamo nessuno che poteva aiutarci. Anche noi ce la siamo portata a casa senza nessuna assistenza o aiuti da strutture ospedaliere e tanto meno un’assistenza medica a domicilio. Dovevamo pagare tutto da noi. Premetto che i medici mi avevano detto che era guaribile entro i trenta massimo ottanta giorni, ma non è stato così. Siamo stati in un centro di riabilitazione, ma ci hanno risposto che non era collaborante e che non c’era più niente da fare. Ora nel 2005 ha avuto una emorragia cerebrale devastante ed è rimasta su un letto, alimentata con la peg e notoriamente bloccata, ma vigile, gli occhi aperti, sente il dolore ma non può esprimersi. I medici dicono che lei si trova a tutt’oggi in coma vigile e che non c’è niente da fare. Dicono che potrà solo peggiorare e la causa della sua morte sarà un arresto respiratorio. Aggiungo che nessun centro accetta la nostra domanda di ricovero e riabilitazione. Non sei il solo a soffrire. Ti sono vicina. Posso capire benissimo come stai. Io combatto da sei anni con questa situazione, anche io ho lasciato il lavoro e la mia vita per stare con lei. Non mi aiuta nessuno, siamo completamente sole con il nostro dolore. A nessuna importa di noi. Sembra che Dio abbia detto che le disgrazie arrivano a chi sa sopportarle, ma comunque io nel mio piccolo lotterò ancora. Ti ammiro per la forza che hai avuto nel pubblicare la tua storia. Tantissimi auguri. Ciao Rossana.
(Rossana, Roma. Venerdì 7 ottobre 2005)

Cari parenti di Salvatore, abbiamo visto il vostro sito e vi siamo vicini con tutto il cuore perché anche noi siamo stati colpiti dalle stesse disgrazie. Il 23 maggio prossimo saranno quattro anni che il nostro babbo *Ermanno è nelle condizioni di Salvatore a causa di una emorragia cerebrale causata dalla rottura di un angioma congenito. Ermanno ha subito un’operazione al cervello che ha provocato danni irreversibili per cui lui è rimasto tetraplegico, come dicono i medici in coma irreversibile. Lui è vigile in quanto si fa capire con gli occhi e muovendo un poco l’indice destro, sorride a chi riconosce e alle battute di Striscia la notizia, di Benigni, di Aldo Giovanni e Giacomo, ma non parla più e non si muove. Poiché non aveva una deglutizione sufficiente, per cui era nutrito via peg con pappa liquida, dua anni fa dopo aver consultato uno specialista in otorinolaringoiatria all’ospedale Le Molinette di Torino gli è stata fatta un’operazione in gola, togliendo la laringe e le corde vocali hanno chiuso la trachea in modo che dalla bocca può andare solo cibo in esofago, respira dal buco tracheostomatico che non ha più bisogno di cannula. Da allora mangia con noi e anche a livello polmonare va meglio.
Facendola breve perché racconteremmo le stesse cose che avete vissuto voi, è vero che i medici ce l’hanno dato per morto fin da subito, non valeva la pena fare niente, ma noi non ci siamo mai arresi e quel poco che si poteva fare lo abbiamo fatto noi. Fortunatamente Ermanno aveva già l’età per la pensione e quindi almeno dal lato economico non abbiamo problemi, l’invalidità ce l’hanno data quasi subito, abbiamo visto tanti giovani come Salvatore e abbiamo sempre pensato al lato economico della cosa.
A proposito di Eutanasia. Sono ora tre mesi che Ermanno tribola per debellare un virus dell’influenza e tante volte lo abbiamo visto grave con la “speranza” che fosse finita. Allo stesso tempo, però, lottavamo come leoni perché ce la facesse, bisticciando con i dottori, rivolgendoci a tutti i Santi. Pian piano ce la sta facendo, poi forse lo riporteremo a casa dall’ospedale e ci chiederemo per l’ennesima volta perché continuiamo a farlo vivere. Eutanasia è una parola che secondo noi è molto personale e soggettiva, va bene quando la persona soffre altrimenti come fai? I medici dicono che lui non è perfettamente cosciente delle sue condizioni, noi ce lo auguriamo e facciamo di tutto per tenerlo allegro, finché dura o finché ce la facciamo. Con tanto affetto e comprensione. Figli e moglie di Ermanno Dovetta.
(Anna Maria Dovetta, Bra, Cuneo. Domenica 27 marzo 2005)

* Purtroppo nei mesi successivi il Sig. Ermanno è deceduto
 


Volevo raccontarvi la mia esperienza, perché assomiglia un po’ alla vostra, ma purtroppo la mia è andata male.
Due anni fa avevo un amico e frequentavamo lo stesso bar. Si chiamava Federico. Qualche giorno dopo il suo compleanno, il 21 aprile, fece un incidente in moto per uno stupido cavalletto difettoso. Qualche giorno prima eravamo al bar e mentre Fede partiva in moto vidi il cavalletto e lo avvisai che era rotto. Lui lo sistemò e non accadde nulla. Quel giorno, invece, non lo avvisò nessuno, cadde e finì in coma.
Andai all’ospedale a trovarlo, ma i primi giorni facevano entrare solo i genitori, i parenti, la sua ragazza e gli amici più intimi. Fede non parlava, ma sono sicura che capiva perché quando gli ricordavo i momenti trascorsi insieme quando andavamo a ballare o semplicemente in giro lui piangeva. Alcune volte aveva lo sguardo perso, ma altre gli parlavo e lui si girava, mi guardava e piangeva.
I primi tempi andavo spesso a trovarlo, in ospedale e a casa. Poi però ho cominciato a diluire le visite, perché temevo di dare disturbo alla famiglia che aveva già un così grande dolore da affrontare e mi sentivo di troppo. Dopo due anni Fede è morto. Parecchi dottori hanno detto che lui non sentiva e non capiva, ma io sono sicura al cento per cento che quando gli parlavo mi sentiva a capiva benissimo, perché lo capivo dal suo sguardo e perché lui piangeva.
(Alessandra. Lunedì 24 ottobre 2005)

Mi permetto di scrivervi perché anch’io come voi sono in questo lungo viaggio della speranza senza fine. Mi chiamo Carmen Pozzessere e scrivo da Taranto. Mio fratello Tiberio era arrivato da qualche giorno dall’Iraq. Il 13 maggio 2005 ha avuto un grave incidente, che gli ha causato un grave trauma cranico. E’ stato in coma per tre mesi circa e ora è in stato vegetativo di media risposta. Vorrei chiedervi se Salvatore vi ha riferito di cosa avrebbe voluto da voi durante il periodo comatoso. MI spiego meglio: Salvatore cosa ha desiderato? Cosa voi non capivate? Cosa si aspettava da voi? Cosa vi ha riferito in merito alle immagini captate? Vorrei chiedervi tante cose ma mi rendo anche conto che descrivere momenti che fanno parte del passato è come girare il coltello nella piaga. Per favore datemi voi suggerimenti per aiutare mio fratello, non so più cosa inventarmi, le mie notti insonni sono rivolte sempre a lui per cercare di non fargli mancare nulla, ma soprattutto per trascinarlo nel risveglio più totale. Vi abbraccio calorosamente. Auguri per Salvatore.
(Carmela Pozzessere, Taranto. Giovedì 13 ottobre 2005).

Mi chiamo Maria Grazia Matteucci e sono la sorella di Marco, un giovane di 46 anni, che il 5 maggio 2004 è stato colpito da ictus ischematico ponte-mesencefalo”. Abitiamo ad Agliana, in provincia di Pistoia.
Quel giorno mio fratello si reca al lavoro presso una ditta di Prato. Alle 11 cade a terra, dove viene trovato da un collega. Subito soccorso viene ricoverato in rianimazione presso l’ospedale di Prato, dove rimane fino al 6 giugno 2004. I medici inizialmente ci dicono che non supererà questo stato, perché la cosa è molto grave. Poi, dopo circa una settimana, ci dicono che si è stabilizzato, che non c’è più pericolo di morte, ma che il suo stato sarà di Coma Vegetativo Persistente. Viene così trasferito a Villa Delle Terme a Firenze (Impruneta), una struttura di lunga degenza dove non effettua nessuna terapia. Intanto, ha iniziato da qualche giorno a ridere con noi familiari, ma per i medici sono solo movimenti riflessi e non dettati dalla coscienza, mentre per noi capisce e ci riconosce.
Rimane a Villa delle Terme fino al 6 agosto 2004. Viene successivamente ricoverato presso l’ospedale di Volterra nell’unità di risveglio. Il suo stato è sempre uguale. Ride e piange, emozioni che trasmette a noi, mentre per i medici si tratta di movimenti riflessi del corpo. Iniziano a parlare di sindrome di Locked-in, cioè incapace di comunicare con l’esterno. Rimane a Volterra fino al 21 marzo 2005 e poi, in seguito a un intervento d’urgenza per una peritonite, viene mandato alla rianimazione dell’ospedale di Pistoia. In questo reparto, dove abbiamo trovato competenza e umanità, rimane fino al 6 aprile 2005 e poi, per decisione dei miei genitori, rientra a casa.
Noi siamo convinti che lui capisca, perché manifesta emozioni e reazioni agli stimoli. Ma i medici dicono il contrario.
(Grazia Matteucci, Pistoia. Mercoledì 5 ottobre 2005)

Scriviamo perché vogliamo condividere con voi la gioia per il notevole miglioramento di Salvatore e per complimentarci con tutti voi per la dimostrazione di forza, di amore e coraggio che avete mostrato in questi due anni.
Quanto avete ottenuto può essere d’aiuto anche per altre famiglie, come le nostre, che vivono una situazione simile. Le drammatiche esperienze con la sanità che avete vissuto non sono infatti un caso isolato. Ci sono centinaia di famiglie con bambini gravemente cerebrolesi che possono testimoniare come le sentenze di irrecuperabilità emesse dai medici del servizio sanitario siano state poi smentite dai risultati ottenuti grazie a un trattamento intensivo, alla costanza e all’amore della famiglia. Speriamo vivamente che chi dovrà affondare una situazione simile alla nostra nel futuro possa trovare risposte migliori di quelle oggi disponibili.
(Dario Petri, Presidente Associazione bambini Cerebrolesi Federazione italiana. www.associazioneabc.it Bassano del Grappa. Mercoledì 5 ottobre 2005)

Vi scrivo dall’America, ma sono un italiano di Varese. I giornali e le tv americane hanno parlato del risveglio di Salvatore. In nome mio e di altri 187 italiani qui presenti nell’azienda dove lavoro vi inviamo tanti auguri. La vostra storia è stata data come prima notizia su tv e giornali. Forza famiglia Crisafulli. Abbiamo letto pure la vostra storia, molto triste e martedì faremo una riunione al lavoro con i capi per festeggiare questa bellissima notizia. Lo facciamo perché un nostro collega si trova in coma da sette anni e tre mesi. E’ in coma vigile e anche a lui è stata riferita la notizia. Si è messo a piangere dalla gioia. Anche lui si chiama Salvatore.
(Carmen Desiderio, New York. Sabato 22 ottobre 2005).

Io no parlo mucho la lingua italiana, io sono cileno, parlo il spanol. Io solo quieto darles animo y forza nunca perder la speranza frente la vitta dada por Dio. Forza amico…
(Miguel Ramirez Barrios, Santiago del Cile, Lunedì 17 ottobre 2005)

Da quel lontano 11 settembre 2003 ho appreso la notizia solo ora. Forse troppo spesso lasciamo che le disgrazie altrui ci sfiorino ma non ci tocchino. Notizie come quelle che riguardano la vostra famiglia diventano quasi curiosità, perché si suppone che i nostri disagi siano già troppi per portare anche il peso di quelli altrui.
Entrando nel vostro sito mi sono sentita parte integrante del vostro dolore, finalmente ho toccato e mi sono lasciata toccare da una problematica che mi lascia senza parole. Lo sdegno che provo nei confronti di quel primario che neanche avete potuto conoscere mi fa rabbia, tutto il vostro dolore mi fa rabbia, perché nessuno ha cercato di sanarlo, nessuno ha risposto alle vostre urla di aiuto miste a disperazione.
Questo mio messaggio è un sentito e doveroso ringraziamento per avermi fatto fermare un attimo, uscire da quel guscio che mi ero creata, dato dalla fortuna di non essermi trovata fino ad oggi in una situazione così dolorosa. Per la prima volta ho toccato la vita nella sua complessità, nella sua ingiustizia e nella sua crudeltà, e per questo vi ringrazio.
Anche se chiudendo questo messaggio tornerò alla mia vita e al mio lavoro, un pensiero e una preghiera sarà sempre per Salvatore, perché solo pensare al suo dolore mi darà la forza di affrontare il mio con più determinazione, credendo con fermezza che nulla è insormontabile. Grazie di tutto. Grazie di cuore. Con stima. Lucia.
(Lucia Pesiri, Cosenza, martedì 11 ottobre 2005)

Circa due anni fa mio padre, un uomo di 59 anni, è stato colpito da un aneurisma cerebrale. E’ stato ricoverato in rianimazione e, a detta dei medici, sarebbe dovuto morire. Invece adesso è in stato vegetativo in una casa di cura vicino a Parma. Io sinceramente non riesco a capire: ci sono momenti in cui ho l’impressione che lui senta ciò che gli diciamo, ma che non riesca ad esprimersi. Infatti, anche lui a volte piange.
I medici dicono che il pianto e il sorriso sono reazioni spontanee e fatte senza motivo. Ma adesso, dopo la testimonianza di Salvatore Crisafulli, cosa devo pensare? E’ vero che il trauma che ha provocato il coma è diverso, ma se le cose stessero anche per lui allo stesso modo? Cosa devo fare? Dove devo andare? Devo semplicemente aspettare che esca da solo da questa situazione oppure posso fare qualcosa? Vi prego, aiutatemi.
(Simona Ferri. Martedì 11 ottobre 2005)

Ho conosciuto la vostra angosciosa vicenda nel giugno 2004, tramite il settimanale “Cronaca Vera”. Amareggiato per quanto accadutovi, ho cercato di contattarvi in tutti i modi. Ci sono riuscito dopo oltre un mese e, al telefono, ci siamo raccontati le vicende che la vita aveva destinato a ciascuno di noi: voi con Salvatore in quelle condizioni, io con mio figlio grave.
Siamo rimasti in contatto fino al dicembre dello stesso anno, poi non sono più riuscito a rintracciarvi, perché avevate cambiato numero di telefono.
Nell’aprile del 2005, dopo aver seguito la drammatica vicenda di Terri Schiavo, il mio cuore si è spaccato in due quando sono venuto a conoscenza, tramite i media, che avevate deciso di farla finita e che volevate staccare la spina a Salvatore. Io e la mia famiglia abbiamo sofferto per sette giorni, pregando Dio che non foste costretti a compiere quel gesto terribile. Poi l’atteso ricovero, e dopo due mesi la gioia: l’uscita dal coma (presunto). Oggi, sono ancora più felice sapendo che Salvatore migliora di giorno in giorno, e che riesce a comunicare se pur con difficoltà.
L’esperienza di Salvatore ci impone di riflettere, affinché cose del genere non accadano più, e impone alla Sanità italiana maggiori controlli e una massima assistenza sia ai pazienti in queste condizioni e sia alle loro famiglie. Lasciare da soli questi pazienti in ospedale costa tanto: 200-300 euro al giorno. Perché farlo se, con una minima parte di questa spesa, i familiari potrebbero accudirli con amore e affetto a casa?
Queste cose le scrivo con coscienza, poiché ci sono passato. Mio figlio Riccardo, nato nel 1974 affetto da stenosi duodenale, è entrato in coma quindici giorni dopo la nascita dopo un intervento chirurgico che, a detta dei medici, doveva essere semplice e senza complicazioni. Dal coma è passato allo stato vegetativo permanente. Abbiamo girato svariati ospedali, italiani e stranieri. Potete immaginare cosa abbiamo passato e le spese che abbiamo sostenuto in questi lunghissimi anni trascorsi da un ospedale all’altro, senza assistenza. Io e mia moglie siamo stati dietro a lui per 19 anni e 8 mesi. Riccardo non parlava, non camminava, facevamo tutto noi, da soli. Tutto questo per la cattiva Sanità italiana. Il 21 giugno 2004 Riccardo è morto, lasciandoci solo ricordi. Oggi io combatto contro le barriere architettoniche.
(Giuseppe Gigante, Chivasso, Torino. Febbraio 2006)

Una notizia meravigliosa. Una notizia che mi riempie di gioia. Oggi ho ringraziato il Signore e S. Agata per aver regalato nuovamente la vita a Salvatore. Perché di miracolo si tratta. E non potrebbe chiamarsi altrimenti. Non per chi ha seguito costantemente la sua storia e conosce bene le vicissitudini sanitarie di quel povero ragazzo, che, secondo diversi dottori, non era altro che un uomo destinato a vivere in stato "persistentemente vegetativo”.
La fede e il loro coraggio della famiglia sono stati premiati con il “risveglio”. Una fede che è stata più forte di ogni diagnosi medica, più forte della gravissima inefficacia del sistema sanitario, che in questa vicenda ha mostrato tutte le sue lacune. Ho seguito con ansia, come tutta l’Italia, il momento terribile in cui la famiglia, stanca di tirare avanti in quelle condizioni e sotto l’onda emotiva del caso Terri Schiavo, ha minacciato di staccare la spina a Salvatore. Insieme a tutto il Circolo Cittadino S. Agata, di cui ho l’onore di essere vicepresidente, abbiamo pregato e sperato che Salvatore potesse un giorno guarire. Preghiera che è stata accolta, e ne siamo gioiosi.
Ogni mercoledì, alla fine delle nostre riunioni formative settimanali, ognuno di noi, nel proprio intimo, ha dedicato una preghiera e invocazione a Dio e S. Agata per la guarigione di Salvatore. E il miracolo alla fine si è verificato.  La fede e la devozione mostrata da tutta la famiglia Crisafulli sono state incredibili. Non è facile pensare a pregare in un momento di così grande sconforto, quando ci si sente abbandonati da tutto e tutti. Eppure, ai familiari di Salvatore aggrapparsi al Signore è sembrata la via più logica e più giusta. E il loro amore è stato pienamente ripagato.
Proporrò al Consiglio direttivo del Circolo S. Agata l’onorificenza di Socio onorario sia a Salvatore e sia al fratello Pietro, per la devozione e fede espressa nei confronti di S. Agata in un momento di gravissima difficoltà. E’ il minimo che noi possiamo fare, ma è un riconoscimento doveroso per sancire quel legame e quell’affetto che ci ha tenuto sempre legati in tutti questi mesi.
Grazie Dio, grazie S. Agata per averci ridato Salvatore.
E grazie immensamente a te, Pietro, e a tutta la tua famiglia, per non avere mai mollato.
(Angelo Mazzeo, vicepresidente Circolo S. Agata, Catania. Ottobre 2005)